Quando un estraneo ti guarda come se ti conoscesse.

Domenica la piccoletta del mio cuore ha fatto la prima comunione.
Assodata l’emozione, la mia riflessa alla sua, per un giorno tanto importante, ero in ansia da giorni perché, dopo anni, avrei dovuto assistere alla messa. Io, che nonostante il mio noto e profondissimo amore per Gesù, sono l’anticlericale per eccellenza. Io, che non accetto la predica nemmeno da chi mi ha partorita. Io, che l’ultima parola rivolta ad un prete è stata un secco “si vergogni” in una stanza di ospedale.

Ad ogni modo, mai e poi mai avrei rinunciato a condividere questa gioia con la mia pulcina, perciò, dopo un lungo training autogeno, domenica entro in chiesa: adoro le chiese, quell’atmosfera solenne e mistica, raccolta. Mi ci perdo dentro ore, quando sono vuote.
Ahimè, domenica era, per ovvie ragioni, peggio di un mercato rionale.

Mi avvicino ad un banco verso fine navata, vedo una signora seduta sola e le chiedo gentilmente se erano liberi quei posti. In un banco ci stanno mediamente cinque persone. Lei, ben stretta nel suo chanellino color rosa confetto, mi guarda e stizzita risponde che sta tenendo posto a due persone. Due persone con te fanno tre, quindi?? Ricomincio il training autogeno – Marina calmati, sei pur sempre ospite in casa altrui – e le chiedo cortesemente se almeno poteva fare un po’ di spazio per fare sedere mia madre. Accordato. Poi recupero una sedia per mio padre ed io mi metto sul lato della chiesa, in piedi.

Mi guardo attorno: uno scintillio di gioielli e messe in piega che nemmeno la notte degli Oscar, donne vestite che sembravano aver fatto il dritto dall’Art, due uomini discutevano dei neg*i che [bestemmia] perché non tornano a casa loro e, dulcis in fundo, una tizia accanto a me che si lamentava del mendicante troppo insistente fuori dalla chiesa.
Il tutto in spirito pienamente cattolico e drammaticamente poco cristiano.
Ero già sull’orlo di una crisi di nervi, decido quindi di entrare in totale stato di catalessi, quando il sacerdote chiama a raccolta alcuni bambini – venite a chiedere perdono a Gesù – dice.

Così un gruppetto di piccoli nanetti vestiti di bianco e con in mano i loro scabrosissimi peccati da espiare si avvicinano al microfono sull’altare e iniziano a leggere: “Gesù, perdonami perché litigo sempre con mio fratello”, “Gesù, ti chiedo scusa perché rispondo male a mamma e papà”, “Gesù, perdonami perché non sono stato giudizioso a scuola”, “Gesù, perdonami perché non sempre ti ho riconosciuto nel viso degli altri”.

Improvvisamente mi risveglio dal torpore, dimentico dove sono e chi devo sopportare accanto. Inizio a pensare… Gesù nel viso degli altri… Gesù nel viso degli altri…

Vi è capitato mai di notare che una persona sconosciuta vi guardi come se vi conoscesse?

Io alcuni episodi me li ricordo: una volta un uomo all’uscita dell’università, un’altra un senza tetto sotto i portici di Bologna, poi una bambina in stazione a Milano o una donna al porto di Genova e ancora un signore anziano al supermercato. E poco importa se ad uno avevo offerto un panino, all’altro portato la spesa o aiutata ad attraversare la strada o a ritrovare i suoi genitori o semplicemente fatto compagnia o offerto un caffè, quel che accomuna questi ed altri episodi, quel che mi è rimasto impresso, è lo sguardo di queste persone, la sensazione che mi conoscessero.

Poi mi è venuto in mente di qualche tempo fa, nel tratto che percorro a piedi per andare a pranzo, da qualche giorno incontravo una vecchietta seduta fuori dai poliambulatori: una donna piuttosto robusta, capelli grigi avvolti in un fazzoletto, l’espressione triste e i vestiti consumati. Effettivamente mi sembrava quantomeno bizzarro, dall’ingresso dei poliambulatori vai e vieni, non ti ci fermi. Ma io in pausa pranzo sono sempre di corsa, non ci badavo più di tanto.

Un giorno le passo accanto, incrocio il suo sguardo e mi afferra per un braccio. Io ho fatto il gesto di cercare in tasca qualche moneta, non so perché, non mi aveva chiesto niente e infatti lei mi guarda negli occhi e scuote la testa – no, no soldi – mi dice – tu sei una ragazza fortunata – inizia.
Ma io avevo fretta, le ho sorriso e mi sono svincolata, sono andata via.
Il giorno dopo lei non c’era più, non l’ho più rivista e, a dire il vero, non mi è più venuto in mente.
Fino a domenica, quando ho ripensato a quello sguardo, lo sguardo di chi mi conosceva, e ho iniziato a piangere come una stupida, Gesù – mi dicevo – perdonami perché non ti ho riconosciuto in quel viso.

La tizia che si lamentava del mendicante mi guarda “tutto bene signora?” “sì, mi sono commossa” “pfff, al segno della pace?” commenta con la sua amica “Sì, brutta stronza e se non ti levi dal cazzo ti do una testata.” Questo però non gliel’ho detto.

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I cosiddetti “uomini di una volta” si sono definitivamente estinti?

Ma che forse sia col­pa nostra? Forse abb­iamo lottato talmente tanto per indossare questi benedetti pantaloni che agli uo­mini sono rimaste so­lo gonne nell’armadi­o? O forse gli uomini sono talmente inti­moriti dalle self-ma­de woman (vere e pre­sunte) che – come si dice – se non riesci a convincerle, con­fondile?

Perché in effetti io un po’ confusa lo sono. Quando vedo un uomo con sopracciglia più definite delle mie, la pelle talme­nte liscia che se lo accarezzi ti sguscia come una trota lac­ustre e mai un capel­lo fuori posto, nemm­eno nelle serate peg­giori, nemmeno alle prime luci dell’alba quando io sembro Ma­ga Magò e loro sembrano appena usciti dal barbiere, un po’ confusa lo sono.

L’apoteosi della con­fusione arriva poi quando, con il ghigno alla Jocker, ti sof­fermi sull’ultimo se­lfie di lui sdraiato sul divano a labbra turgide o con la li­nguetta da bello e monello o lo sguardo da chiavatore seriale e, subito dopo ess­erti chiesta chi sia la sua estetista, la domanda che resta se­mpre senza risposta è: “dove abbiamo sba­gliato?”.

Questo ci siamo chie­ste qualche sera fa con alcune amiche. Dove sono finiti gli uomini di una volta? Quelli che ti fanno un complimento senza subito dopo lament­arsi del pessimo lav­oro che ha fatto la manicurista alle loro cuticole, quelli che il giorno dopo non ti scrivono parlan­do del brutto tempo manco foste loro non­na, quelli che ti fa­nno ridere senza dar­ti la sensazione di assistere ad un prov­ino di Zelig. Gli uo­mini galanti per nie­nte mielosi, eleganti nei modi, un po’ ombrosi e non perché hanno le paturnie pr­emestruo, ma perché si perdono a pensare a cosa ti farebbero dopo cena. Quelli che ti accarezzano il viso ammirando i tu­oi occhi e non il lo­ro bicipite gonfio. Gli uomini minchia e botte, quelli che il giorno dopo ti las­ciano in sospeso per­ché sanno che l’atte­sa è il migliore dei preliminari. Gli uo­mini che non ti chie­dono cosa vuoi fare, ma ti fanno fare le cose, quelli che ti sorprendono, quelli che ti sorridono, ti guardano mentre ti sistemi i capelli dietro l’orecchio, ar­rossisci e ti sorrid­ono. Quelli che sì sei forte, indipenden­te, una donna che non deve chiedere mai, ma qui sei al sicur­o.

Non pervenuti. Estin­ti.

E quindi, dove abbia­mo sbagliato? Perché qualcosa, noi donne, dobbiamo pur aver sbagliato se questa orda di devirilizzati senza cuticole aum­enta in maniera espo­nenziale.

Forse abbiamo reso talmente atrofici gli attributi del cosiddetto sesso forte da aver sovve­rtito l’ordine natur­ale delle cose? Forse il nostro continuo lamentarsi del gene­re maschile alla fine li ha portati a pe­nsare che più ci ass­omiglieranno e meno li massacreremo? For­se siamo diventate più uomini degli uomini, noi don­ne?

Decidemmo quella sera di fare una statistica, uno studio sociologico. 

Le risposte ai nostri quesiti annegavano nel mare di risvolt­ini impeccabili e co­lletti inamidati, co­nti pagati alla roma­na, approcci goffamente spinti, battutte ed euforia a livelli demenziali, dispute sull’ultima scheda del coach, atteggiamenti alla Vacchi de ‘noantri e  frasi ad effetto del tipo “la mia mamma dice che…”

Fino all’eccezione alla regola: un tipo in jeans che non lasciano presagire una notevole perdita di acqua in casa e una camicia minimal, si avvicina senza troppe pretese “il tuo sorriso è la cosa più spontanea che io abbia visto stasera. Posso offrirti da bere?”

Ho pensato allora che forse la speranza non si è ancora suicidata.

Il Paese delle Donne

Donna_MosuoC’è un posto in Cina dove il sesso femminile non è mai debole, mai.
Si chiama Loshui – il Paese delle Donne.

Lì, le donne Mosuo (così si chiamano i circa 25mila abitanti) hanno il potere su tutto: amministrano l’economia, parlano d’affari, dettano le leggi e le regole del vivere comune, crescono i figli e li educano.

In questo posto, la natura del maschio e della femmina è ottimizzata all’ennesima potenza.

Le donne fanno ciò per cui sono nate: governare il mondo.
E gli uomini pure: cercare di non mandare tutto a rotoli.

Tutto questo è possibile grazie alla teoria del “quel che non c’è”, per cui quelle donne non spereranno mai di trovare in un uomo niente di diverso da ciò che trovano. Saggiamente, sanno che l’uomo ha i suoi limiti e chiedere di più sarebbe come cavare il proverbiale sangue da una rapa.

Addio donne illuse e deluse dalle aspettative riposte nel sesso opposto, Auf Wiedersehen maschi perennemente frustrati e rimproverati dal gentil sesso, benvenuta pace interiore per entrambi.

In quel villaggio, le donne hanno una tale consapevolezza di sé da considerare inutile l’intervento dell’uomo praticamente in ogni questione che però non si traduce in dominio di genere. Al contrario, vige un modello culturale egualitario e meritocratico, l’individualismo fa spazio al senso di comunità e fratellanza, all’amore diffuso e vengono privilegiati i forti legami sociali. Non esiste violenza, anzi della violenza tutti si vergognano profondamente. Questo succede quando sono le donne a comandare.

L’unico posto dove non danno ordini le donne è a letto. Lì la sessualità è vissuta con estrema libertà, che non vuol dire ‘taca la musica e via con le orge, ma piuttosto sentirsi liberi di amare incondizionatamente, nel pieno rispetto reciproco e senza che si sentano le Trombe del Giudizio Universale alle prime luci dell’alba.

Insomma, puoi decidere di cambiare partner senza che ti venga affissa alla fronte la lettera scarlatta, oppure si può decidere di accogliere tutte le notti sempre lo stesso uomo per una vita intera.

A questo punto potreste obbiettare dicendo che la teoria del “quel che non c’è” l’avete appresa da un pezzo, ma è la pace interiore che si tramuta in istinto omicida quando, mentre siete in modalità desperate housewives con il mocio rotante in una mano e il vetril nell’altra, il vostro lui spaparanzato sul divano esordisce con “già che sei in piedi…”.

E quindi, cosa rende il modello mosiano sostenibile?

Una unica condizione: ognuno a casa sua.

In questo luogo, infatti, le Famiglie sono composte da sole donne: nonne (le cape famiglia), madri, figli e figlie, nipoti e zii. In questo modo, i bambini non vivono traumi o drammi conseguenti a liti amorose o separazioni e il rapporto con il padre (che non sempre è certo) viene vissuto in maniera nettamente differente da come lo concepiamo noi.

Il che non vuol dire che i padri sono relegati in anfratti bui ed escono solo al calar delle tenebre come i vampiri. Anzi, i maschi sono molto presenti nella vita comune, giocano con i pargoli, si dimostrano affettuosi e attenti – nel dubbio di quale sia il proprio – con tutti. A patto che a una certa se ne tornino a casa loro.

Ora, una società così organizzata potrebbe avere un sapore un po’ estremo, bizzarro o primitivo, un retaggio di quel matriarcato schiacciato dal modello patriarcale imposto nei secoli.

Ma si dice che alle volte per scegliere di andare avanti è necessario tornare sui propri passi.

E in fondo si sa, saranno le donne ad ereditare il mondo.

Buona Festa della Donna.

La Libertà di Morire

lightatendofLa morte è il salto nel buio più pauroso che io riesca ad immaginare.
Come quando salta la corrente e devo scendere nello scantinato del residence dove vivo.
Arrivo davanti la porta del corridoio che và alla sala contatori, apro, un buio pesto.
Non sapere cosa c’è di là mi terrorizza. Mi fermo, chiamo a raccolta tutti i Santi e spero non ci sia qualcuno o qualcosa ad aspettarmi per farmi del male.
Poi mi faccio coraggio e mi infilo nell’oscurità per raggiungere l’interruttore della luce.
Ecco, per me è come se fossimo tutti di fronte al corridoio che và alla sala contatori.
Non sapere cosa c’è di là ci terrorizza. E se accanto a noi ci fosse nostro figlio, nostro padre, nostra madre o un nostro amico difficilmente gli diremmo di entrare in quell’antro oscuro.
Piuttosto andremmo noi, giusto?
Piuttosto moriremmo noi, sì.
Perchè l’ignoto fa paura.
Perchè ti amo troppo per stare senza di te.
Perchè l’idea di mandare qualcuno a morire turba le coscienze.
Perchè l’intera esistenza umana è tesa a battersi per la vita.
Perchè, per alcuni, bisogna aspettare il proprio momento e accettare con coraggio la volontà di Dio, senza contare che se non ci fosse una macchina a trattenermi in vita, forse – anzi, conoscendolo, sicuramente – Gesù mi avrebbe chiamato a sè molto prima.
E se invece avessimo la certezza che ad aspettarci di là ci sia una gran festa? Dove chi prima non poteva camminare ora può ballare, chi era cieco ora può guardarti negli occhi e chi non poteva muoversi ora può abbracciarti.
Se avessimo la certezza di sottrarre chi amiamo ad un inferno di dolore per accompagnarlo dove starà meglio, non esiteremmo un attimo a lasciarlo libero di andare.
Già, libero. Perchè, Paradiso o no, che tu sia d’accordo o no, questa è una questione di libertà di scelta, di autodeterminazione, di condurre un’esistenza dignitosa e decidere quando hai sofferto abbastanza.
Sin da piccoli ci insegnano che è nostro diritto vivere come vogliamo, è arrivato il momento di batterci anche per avere il diritto di morire come vogliamo.
E la morte fa paura sì, ma fa paura a chi rimane sulla soglia, perchè, fidatevi, raggiunto l’interruttore in fondo al corridoio la luce si accende sempre.

Il sole dietro la collina.

wp-1487441137799.jpgCi sono momenti in cui vuoi star sola.

Perchè la solitudine alla volte è costruttiva, è necessaria per parlare con te e avere un dialogo intimo che a pochi altri si riserva.

Così mi allontano, Me stessa mi stava chiamando.

Ed Io seguo la voce fino a quando la trovo, qui. Che meraviglia.

Mi stupisce sempre come l’uomo abbia fatto cose incredibili, senza mai riuscire a replicare tanta bellezza.

Ci sediamo sulla neve, Io e Me.

Accendo una sigaretta.

Me mi rimprovera: “Dovresti smettere”.

“Lo so.”

“Allora, come stai?” chiede Me.

“Mi sono sentita perduta” rispondo Io.

“Lo so” – dice Me sorridendomi – “Ma ora come stai?”

“Dovresti saperlo..”

“Certo che lo so, ma tu lo sai?”

Ed Io “Cosa, dimmi…”

“Che dietro la collina c’è sempre il sole”

Chiudo gli occhi e sorrido. Il rumore dell’acqua che scorre mi coccola, sul viso il calore del sole lenisce il pizzicore del vento frizzante.

Poi in lontananza Rebi mi chiama.

È ora di fare il pupazzo di neve.

E di tornare, verso il sole.

Ciao Mari, a presto.

 

Mentre tu canti ed io contemplo il mare.

orologioA Palermo, la mattina mi svegliavano i clacson delle auto, i motori delle lambrette, le grida di chi vendeva il pane per strada, il vociare chiassoso dei passanti. Ed il canto di mia nonna.
A finestre socchiuse lo scirocco caldo gonfiava le tende che brillavano trafitte dal primo sole del mattino. Nell’aria il profumo di salsedine arrivava dal mare all’orizzonte.
Io mi stropicciavo gli occhi e guardavo il soffitto, inseguendo la danza della povere controluce, quando si lascia portare dal vento.
Già sentivo i primi odori di cucina: carciofi fritti in pastella. E tu che cantavi, nonna.
Poi mi alzavo dal letto e mi sedevo alla tua petineuse dal sapore barocco, ricca di boccette di cristallo e spazzole argentate. Mi pettinavo, mentre la luce cominciava ad avvolgere tutto.
E’ una luce strana, quella del Sud. E’ morbida e preziosa, fatta d’oro e generosa, che quando ti accarezza alcune pagliuzze te le regala. Io le guardavo riflesse allo specchio, mentre mi si posavano addosso facendomi lucidi i capelli e gli occhi ancor più verdi.
L’incanto durava poco però.  All’improvviso mi chiamavi dalla veranda sul terrazzo: “Curò (cuore), vieni! I carciofi sono caldi caldi.” Ed io mollavo tutto  girandomi di scatto, “Arrivo nonna!”.
Io ti ricordo, nonna, impetuosa come Palermo.
Soave, come il tuo canto.
Bella, come il sole del mattino.
Dolce, come i carciofi che facevi per me.
Radiosa, come la luce del Sud.
E niente, questo è l’orologio che ti ha regalato il nonno quando ha capito che avrebbe potuto settacciare la città da cima a fondo senza mai incontrare nessuna come te, nonna.
C’ho messo un pò per decidere di farlo sistemare da quando me l’hai lasciato, era più forte la paura di poterlo perdere.
Ma l’amore, si sa, sconfigge la paura sempre.
E adesso, ogni volta che lo indosso, chiudo per un momento gli occhi e mi risveglio ancora a Palermo.
Nella tua stanza da letto, al sicuro da quel mondo agitato, mentre tu canti ed io contemplo il mare.

I bambini rendono semplice ciò che ad alcuni uomini pare complicatissimo

20170113_183157-02Passando per il corridoio dell’ospedale, una bambinetta, quattro-cinque anni al massimo, era seduta sola in attesa che la mamma terminasse una visita.

Pelle color ebano e due occhioni neri e brillanti fissi al pavimento.

“Mi siedo qui con te, vuoi?” – fece cenno di sì con la testa.

Mi guardava con la coda dell’occhio mentre le raccontavo cosa facessero tutte quelle persone vestite di bianco che le passavano davanti.

Ad un tratto, con lo sguardo vispo e un sorriso accennato, mi disse “Guarda”, avvicinandomi le mani al viso, “due orecchie… due occhi… il naso… la bocca…”.

Poi mi prese le mani, le girò e appoggiò i suoi palmi chiari sopra i miei. Rise – “Guarda, abbiamo anche le stesse mani!”.

Il mio cuore si gonfiò tanto da sentirmelo in gola.

E’ proprio vero che i bambini rendono semplice ciò che ad alcuni uomini pare complicatissimo.

#uguaglianza

Donne così diverse, eppure così uguali

listenerUna sera, camminando verso casa, tra rumori e profumi di cucina, sentivo una musica araba provenire dalle finestre della palazzina accanto.

Con la coda dell’occhio vidi una donna dalle forme morbide avvolte in un chador scuro e un po’ scomposto, tanto da lasciar intravede i capelli nero corvino e lucidi. Mentre rassettava la stanza, intonava un incantevole canto quasi fosse un lamento, un canto profondo, incomprensibile ma travolgente.

Nell’intimità della sua casa, al di là di qualsiasi retaggio culturale, la sentii in quel gesto tanto simile a me, che canto mentre cucino.

Per un momento chiusi gli occhi e venni trasportata da un soffio mistico ed orientale in terre lontane, predominate dagli odori delle spezie, del cedro, del mare. Perduta nell’immaginazione fui catturata da immagini soleggiate, dalle dune del deserto, da affascinanti danze dervisce, da parole di profonda saggezza, dalla sinuosità di arabesque, di edifici decorati in oro, argento e avorio, di un’arte che dona vita e disegna usignoli, fiori, storie d’amore.

Quel canto mi è rimasto addosso nei giorni a seguire, insieme al tremendo pensiero che, nella realtà, quella donna non è uguale a me affatto. Perché lei ha commesso il peccato primordiale: essere Donna. E’ nata femmina, questa è la disgrazia. Per questo umiliata, punita, denigrata, violentata, assassinata, coperta come una vergogna, usata come merce di scambio.

Ero confusa, scoraggiata. Come può una civiltà così ricca di grazia e bellezza macchiarsi di tali delitti?

Ho rincontrato quella donna qualche tempo dopo, nella piazza del centro. O almeno mi sembrava lei dato che riuscivo a vederle solo lo sguardo. Sedute su due panchine diverse, entrambe guardavamo il tramonto.

Mi alzai, le sorrisi e mi sedetti accanto a lei. Lei non si mosse di un millimetro, il suo uomo era poco più in là che la teneva d’occhio, ma lo vidi dai suoi occhi che ricambiava il mio sorriso. Le offrii un pezzo di focaccia appena presa dal fornaio. Lei rifiutò cortesemente ma si avvicinò. Le chiesi il suo nome, ma arrivò suo marito e la portò con sé ammonendomi con lo sguardo.

Io lo spero, lo spero proprio che giunti in paradiso quegli uomini ne trovino un fottio di vergini ad aspettarli. Pronte a fargliela pagare.