Il Paese delle Donne

Donna_MosuoC’è un posto in Cina dove il sesso femminile non è mai debole, mai.
Si chiama Loshui – il Paese delle Donne.

Lì, le donne Mosuo (così si chiamano i circa 25mila abitanti) hanno il potere su tutto: amministrano l’economia, parlano d’affari, dettano le leggi e le regole del vivere comune, crescono i figli e li educano.

In questo posto, la natura del maschio e della femmina è ottimizzata all’ennesima potenza.

Le donne fanno ciò per cui sono nate: governare il mondo.
E gli uomini pure: cercare di non mandare tutto a rotoli.

Tutto questo è possibile grazie alla teoria del “quel che non c’è”, per cui quelle donne non spereranno mai di trovare in un uomo niente di diverso da ciò che trovano. Saggiamente, sanno che l’uomo ha i suoi limiti e chiedere di più sarebbe come cavare il proverbiale sangue da una rapa.

Addio donne illuse e deluse dalle aspettative riposte nel sesso opposto, Auf Wiedersehen maschi perennemente frustrati e rimproverati dal gentil sesso, benvenuta pace interiore per entrambi.

In quel villaggio, le donne hanno una tale consapevolezza di sé da considerare inutile l’intervento dell’uomo praticamente in ogni questione che però non si traduce in dominio di genere. Al contrario, vige un modello culturale egualitario e meritocratico, l’individualismo fa spazio al senso di comunità e fratellanza, all’amore diffuso e vengono privilegiati i forti legami sociali. Non esiste violenza, anzi della violenza tutti si vergognano profondamente. Questo succede quando sono le donne a comandare.

L’unico posto dove non danno ordini le donne è a letto. Lì la sessualità è vissuta con estrema libertà, che non vuol dire ‘taca la musica e via con le orge, ma piuttosto sentirsi liberi di amare incondizionatamente, nel pieno rispetto reciproco e senza che si sentano le Trombe del Giudizio Universale alle prime luci dell’alba.

Insomma, puoi decidere di cambiare partner senza che ti venga affissa alla fronte la lettera scarlatta, oppure si può decidere di accogliere tutte le notti sempre lo stesso uomo per una vita intera.

A questo punto potreste obbiettare dicendo che la teoria del “quel che non c’è” l’avete appresa da un pezzo, ma è la pace interiore che si tramuta in istinto omicida quando, mentre siete in modalità desperate housewives con il mocio rotante in una mano e il vetril nell’altra, il vostro lui spaparanzato sul divano esordisce con “già che sei in piedi…”.

E quindi, cosa rende il modello mosiano sostenibile?

Una unica condizione: ognuno a casa sua.

In questo luogo, infatti, le Famiglie sono composte da sole donne: nonne (le cape famiglia), madri, figli e figlie, nipoti e zii. In questo modo, i bambini non vivono traumi o drammi conseguenti a liti amorose o separazioni e il rapporto con il padre (che non sempre è certo) viene vissuto in maniera nettamente differente da come lo concepiamo noi.

Il che non vuol dire che i padri sono relegati in anfratti bui ed escono solo al calar delle tenebre come i vampiri. Anzi, i maschi sono molto presenti nella vita comune, giocano con i pargoli, si dimostrano affettuosi e attenti – nel dubbio di quale sia il proprio – con tutti. A patto che a una certa se ne tornino a casa loro.

Ora, una società così organizzata potrebbe avere un sapore un po’ estremo, bizzarro o primitivo, un retaggio di quel matriarcato schiacciato dal modello patriarcale imposto nei secoli.

Ma si dice che alle volte per scegliere di andare avanti è necessario tornare sui propri passi.

E in fondo si sa, saranno le donne ad ereditare il mondo.

Buona Festa della Donna.

La Libertà di Morire

lightatendofLa morte è il salto nel buio più pauroso che io riesca ad immaginare.
Come quando salta la corrente e devo scendere nello scantinato del residence dove vivo.
Arrivo davanti la porta del corridoio che và alla sala contatori, apro, un buio pesto.
Non sapere cosa c’è di là mi terrorizza. Mi fermo, chiamo a raccolta tutti i Santi e spero non ci sia qualcuno o qualcosa ad aspettarmi per farmi del male.
Poi mi faccio coraggio e mi infilo nell’oscurità per raggiungere l’interruttore della luce.
Ecco, per me è come se fossimo tutti di fronte al corridoio che và alla sala contatori.
Non sapere cosa c’è di là ci terrorizza. E se accanto a noi ci fosse nostro figlio, nostro padre, nostra madre o un nostro amico difficilmente gli diremmo di entrare in quell’antro oscuro.
Piuttosto andremmo noi, giusto?
Piuttosto moriremmo noi, sì.
Perchè l’ignoto fa paura.
Perchè ti amo troppo per stare senza di te.
Perchè l’idea di mandare qualcuno a morire turba le coscienze.
Perchè l’intera esistenza umana è tesa a battersi per la vita.
Perchè, per alcuni, bisogna aspettare il proprio momento e accettare con coraggio la volontà di Dio, senza contare che se non ci fosse una macchina a trattenermi in vita, forse – anzi, conoscendolo, sicuramente – Gesù mi avrebbe chiamato a sè molto prima.
E se invece avessimo la certezza che ad aspettarci di là ci sia una gran festa? Dove chi prima non poteva camminare ora può ballare, chi era cieco ora può guardarti negli occhi e chi non poteva muoversi ora può abbracciarti.
Se avessimo la certezza di sottrarre chi amiamo ad un inferno di dolore per accompagnarlo dove starà meglio, non esiteremmo un attimo a lasciarlo libero di andare.
Già, libero. Perchè, Paradiso o no, che tu sia d’accordo o no, questa è una questione di libertà di scelta, di autodeterminazione, di condurre un’esistenza dignitosa e decidere quando hai sofferto abbastanza.
Sin da piccoli ci insegnano che è nostro diritto vivere come vogliamo, è arrivato il momento di batterci anche per avere il diritto di morire come vogliamo.
E la morte fa paura sì, ma fa paura a chi rimane sulla soglia, perchè, fidatevi, raggiunto l’interruttore in fondo al corridoio la luce si accende sempre.

Il sole dietro la collina.

wp-1487441137799.jpgCi sono momenti in cui vuoi star sola.

Perchè la solitudine alla volte è costruttiva, è necessaria per parlare con te e avere un dialogo intimo che a pochi altri si riserva.

Così mi allontano, Me stessa mi stava chiamando.

Ed Io seguo la voce fino a quando la trovo, qui. Che meraviglia.

Mi stupisce sempre come l’uomo abbia fatto cose incredibili, senza mai riuscire a replicare tanta bellezza.

Ci sediamo sulla neve, Io e Me.

Accendo una sigaretta.

Me mi rimprovera: “Dovresti smettere”.

“Lo so.”

“Allora, come stai?” chiede Me.

“Mi sono sentita perduta” rispondo Io.

“Lo so” – dice Me sorridendomi – “Ma ora come stai?”

“Dovresti saperlo..”

“Certo che lo so, ma tu lo sai?”

Ed Io “Cosa, dimmi…”

“Che dietro la collina c’è sempre il sole”

Chiudo gli occhi e sorrido. Il rumore dell’acqua che scorre mi coccola, sul viso il calore del sole lenisce il pizzicore del vento frizzante.

Poi in lontananza Rebi mi chiama.

È ora di fare il pupazzo di neve.

E di tornare, verso il sole.

Ciao Mari, a presto.

 

Mentre tu canti ed io contemplo il mare.

orologioA Palermo, la mattina mi svegliavano i clacson delle auto, i motori delle lambrette, le grida di chi vendeva il pane per strada, il vociare chiassoso dei passanti. Ed il canto di mia nonna.
A finestre socchiuse lo scirocco caldo gonfiava le tende che brillavano trafitte dal primo sole del mattino. Nell’aria il profumo di salsedine arrivava dal mare all’orizzonte.
Io mi stropicciavo gli occhi e guardavo il soffitto, inseguendo la danza della povere controluce, quando si lascia portare dal vento.
Già sentivo i primi odori di cucina: carciofi fritti in pastella. E tu che cantavi, nonna.
Poi mi alzavo dal letto e mi sedevo alla tua petineuse dal sapore barocco, ricca di boccette di cristallo e spazzole argentate. Mi pettinavo, mentre la luce cominciava ad avvolgere tutto.
E’ una luce strana, quella del Sud. E’ morbida e preziosa, fatta d’oro e generosa, che quando ti accarezza alcune pagliuzze te le regala. Io le guardavo riflesse allo specchio, mentre mi si posavano addosso facendomi lucidi i capelli e gli occhi ancor più verdi.
L’incanto durava poco però.  All’improvviso mi chiamavi dalla veranda sul terrazzo: “Curò (cuore), vieni! I carciofi sono caldi caldi.” Ed io mollavo tutto  girandomi di scatto, “Arrivo nonna!”.
Io ti ricordo, nonna, impetuosa come Palermo.
Soave, come il tuo canto.
Bella, come il sole del mattino.
Dolce, come i carciofi che facevi per me.
Radiosa, come la luce del Sud.
E niente, questo è l’orologio che ti ha regalato il nonno quando ha capito che avrebbe potuto settacciare la città da cima a fondo senza mai incontrare nessuna come te, nonna.
C’ho messo un pò per decidere di farlo sistemare da quando me l’hai lasciato, era più forte la paura di poterlo perdere.
Ma l’amore, si sa, sconfigge la paura sempre.
E adesso, ogni volta che lo indosso, chiudo per un momento gli occhi e mi risveglio ancora a Palermo.
Nella tua stanza da letto, al sicuro da quel mondo agitato, mentre tu canti ed io contemplo il mare.

I bambini rendono semplice ciò che ad alcuni uomini pare complicatissimo

20170113_183157-02Passando per il corridoio dell’ospedale, una bambinetta, quattro-cinque anni al massimo, era seduta sola in attesa che la mamma terminasse una visita.

Pelle color ebano e due occhioni neri e brillanti fissi al pavimento.

“Mi siedo qui con te, vuoi?” – fece cenno di sì con la testa.

Mi guardava con la coda dell’occhio mentre le raccontavo cosa facessero tutte quelle persone vestite di bianco che le passavano davanti.

Ad un tratto, con lo sguardo vispo e un sorriso accennato, mi disse “Guarda”, avvicinandomi le mani al viso, “due orecchie… due occhi… il naso… la bocca…”.

Poi mi prese le mani, le girò e appoggiò i suoi palmi chiari sopra i miei. Rise – “Guarda, abbiamo anche le stesse mani!”.

Il mio cuore si gonfiò tanto da sentirmelo in gola.

E’ proprio vero che i bambini rendono semplice ciò che ad alcuni uomini pare complicatissimo.

#uguaglianza

Donne così diverse, eppure così uguali

listenerUna sera, camminando verso casa, tra rumori e profumi di cucina, sentivo una musica araba provenire dalle finestre della palazzina accanto.

Con la coda dell’occhio vidi una donna dalle forme morbide avvolte in un chador scuro e un po’ scomposto, tanto da lasciar intravede i capelli nero corvino e lucidi. Mentre rassettava la stanza, intonava un incantevole canto quasi fosse un lamento, un canto profondo, incomprensibile ma travolgente.

Nell’intimità della sua casa, al di là di qualsiasi retaggio culturale, la sentii in quel gesto tanto simile a me, che canto mentre cucino.

Per un momento chiusi gli occhi e venni trasportata da un soffio mistico ed orientale in terre lontane, predominate dagli odori delle spezie, del cedro, del mare. Perduta nell’immaginazione fui catturata da immagini soleggiate, dalle dune del deserto, da affascinanti danze dervisce, da parole di profonda saggezza, dalla sinuosità di arabesque, di edifici decorati in oro, argento e avorio, di un’arte che dona vita e disegna usignoli, fiori, storie d’amore.

Quel canto mi è rimasto addosso nei giorni a seguire, insieme al tremendo pensiero che, nella realtà, quella donna non è uguale a me affatto. Perché lei ha commesso il peccato primordiale: essere Donna. E’ nata femmina, questa è la disgrazia. Per questo umiliata, punita, denigrata, violentata, assassinata, coperta come una vergogna, usata come merce di scambio.

Ero confusa, scoraggiata. Come può una civiltà così ricca di grazia e bellezza macchiarsi di tali delitti?

Ho rincontrato quella donna qualche tempo dopo, nella piazza del centro. O almeno mi sembrava lei dato che riuscivo a vederle solo lo sguardo. Sedute su due panchine diverse, entrambe guardavamo il tramonto.

Mi alzai, le sorrisi e mi sedetti accanto a lei. Lei non si mosse di un millimetro, il suo uomo era poco più in là che la teneva d’occhio, ma lo vidi dai suoi occhi che ricambiava il mio sorriso. Le offrii un pezzo di focaccia appena presa dal fornaio. Lei rifiutò cortesemente ma si avvicinò. Le chiesi il suo nome, ma arrivò suo marito e la portò con sé ammonendomi con lo sguardo.

Io lo spero, lo spero proprio che giunti in paradiso quegli uomini ne trovino un fottio di vergini ad aspettarli. Pronte a fargliela pagare. 

 

Sliding doors

2460b4638fefe824150b700915453cddCi sono giorni che torni a casa e vuoi solo farti una doccia bollente.
Chiusa la porta di casa dietro di te, non vuoi più saperne niente del mondo.
Fai cadere la borsa all’ingresso, ti sfili il cappotto.
Togli le scarpe e vai verso il bagno, fai scorrere l’acqua.
Slacci il vestito, sciogli i capelli e li pettini con le dita.
Ti guardi allo specchio. Con le dita percorri quel cenno di rughe che ti vedi sulla fronte.
No, non c’erano dieci anni fa.
Nemmeno questi occhi stanchi.
Il vapore è già alto, lo specchio appannato, le rughe non si vedono più.
Entri in doccia. Espiri. Inizi a sentirti leggera. Come se insieme all’acqua scivolasse via tutto quel che la giornata ti ha lasciato addosso.

Ma non è così. Se chiudi gli occhi i momenti trascorsi si fanno immagini e le immagini si fanno eco nella mente.
Come quel corridoio che ho percorso avanti e indietro per ore, in quel reparto dove, per lo stesso motivo, puoi incrociare i sorrisi più smaglianti oppure gli sguardi più malinconici mai visti.
Là dove c’è una stanzetta con la porta socchiusa e quattro letti per quattro donne.
Di queste quattro, oggi, una ha attirato la mia attenzione. Sguardo vitreo e una tristezza dolce sul viso.
Seduta sul lato del letto, stringeva le maniglie di una piccola borsa appoggiata sulle ginocchia e scrutava il lago senza in realtà guardarlo.
Aveva anche rifatto il letto, come se lei non meritasse nemmeno di lasciarlo sfatto, come a dire “scusate il disturbo”.
Perché lei non è malata, lei è stata solo distratta.
Ed ora vuole che questa lunga giornata finisca.
Per questo aspettava, aspettava qualcuno che la venisse a prendere, quel qualcuno che un giorno di ferie avrebbe anche potuto prenderlo, qualcuno in ritardo che già le altre tre erano andate via tutte.
– Vuoi che aspetti qui con te? – chiedo. Mi guardava con la stessa espressione con cui fingeva di contemplare il lago – grazie – rispondeva mentre il suo sguardo tornava al di là dei vetri.
Sono rimasta lì, in silenzio, finché non è arrivato lui.
Uscita dalla stanza ha abbassato lo sguardo.
Ha accarezzato il ventre.
Ed ho pensato che non doveva esistere sguardo più malinconico di quello.

L’acqua è calda, tanto da scottare la pelle che si fa rossa.
Abbasso lo sguardo.
Accarezzo il ventre.
E penso a come sarà smagliante il mio sorriso.