Le montagne russe della vita

Che la vita èuntitled.png come una giostra si sa.
E’ decidere quale giostra vuoi che sia che fa la differenza.
Per me la vita deve essere come le montagne russe.
L’ho capito l’altra sera al luna park con la mia pulcina.
Sali sulla carrozza ed il convoglio parte, si accinge alla salita, arranca, si tira dietro il peso dei vagoni. Senti il rumore dei binari che cigolano e ti chiedi se reggeranno, credi che deraglierai da lì a poco, finché non arrivi in cima alla rampa.
Sei ferma. Il tempo di farti assaporare lo splendore del paesaggio all’orizzonte, di farti prendere fiato..
E così è stato: ho riempito gli occhi di bellezza, ho assaporato fino all’ultimo raggio quel tramonto incantevole, ho trattenuto il respiro e poi… GIU’: inaspettatamente il vagone riparte, si getta in una discesa in picchiata, spaventosa, eccitante. L’aria violenta, il cuore in gola, strattonata a destra e poi a sinistra e di nuovo a destra, sobbalzata sottosopra, gli occhi chiusi, serrati, ogni muscolo del corpo contratto. Paura. Avevo una fottutissima paura.
Eccolo il momento in cui sei tu a scegliere: o ti fai prendere dal panico o te la godi. Perciò ho deciso: non avrebbe vinto la paura.
Ho aperto gli occhi e lo spettacolo del tramonto era ancora lì tutto intorno a me, anche l’ara sembrava essersi fatta più lieve, venivo sempre sballottata a destra e manca ma i miei muscoli erano rilassati, la paura svanita.. ed ho cominciato a ridere.
Ed è così, ci sono momenti in cui la vita ti affatica, si porta appresso pesi indicibili, ostacoli che ti fanno pensare di non potercela fare. Ma poi in cima ci arrivi. Ti fermi. Guardi le cose straordinarie che sei riuscito ad affrontare, prendi fiato e ti prepari, sai che non è finita: ti aspetta una discesa vertiginosa, a tratti magari anche paurosa, a volte incerta.
Ma tu te la godi, perché sai che non è un precipizio.
Ché nella vita i fallimenti non esistono, esistono solo nuove possibilità, nuovi binari, nuove strade, nuove emozioni.
Ciò che conta non è arrivare alla vetta, ma è saper affrontare la salita correndo il rischio e la discesa sapendosi buttare con coraggio.
E certo che potresti optare anche tu come tanti per un giro sul bruco mela, dove il percorso è già scontato, dove non rischi un cazzo.
Ma tu guardali a fine corsa: non rideranno mai come te.
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Innamorarsi di tutto

Sarà che sono sbagliata, ma io mi innamoro delle persone, così, a prima vista.
Basta una piccola attenzione e già mi entri nel cuore. Basta un sorriso e difficilmente ti tradirei.
Così son fatta, mi affeziono subito. A chi mi lascia intravedere qualcosa di sé, ma non parla solo di sé. A chi scrive bene, a chi mi fa commuovere, a chi mi fa ridere. A chi mi chiede come sto non come se stesse parlando del tempo.
A chi non ha pregiudizi, a chi va’ oltre la mia espressione da stronza, oltre l’apparenza. A chi sa mostrare le proprie debolezze, a chi comprende che la sensibilità – alle volte – alza muri e scaglia pietre.
A chi sa che ci si può voler bene pur avendo opinioni diverse, basta scendere dal piedistallo. A chi è gentile, a chi mi ricorda qualcuno che amo, a chi profuma di buono, a chi ha lo sguardo malinconico, a chi mi sembra solo.
A te, che leggendo queste parole non pensi che mi affeziono per mancanza d’affetto ma tutto il contrario.
Io mi innamoro, mi innamoro al primo sguardo.
Così è stato anche per il benzinaio dietro casa: un vecchietto piccolino con i baffi, tutto bianco, sempre serio, tanto serio da sembrarmi triste.
E già pirandellianamente lo immaginavo tornare a casa la sera con i pensieri pesanti di chi non riesce a trovare una soluzione a qualcosa.
Avevo deciso, perciò, che, cascasse il mondo, anche trovandomi in riserva sparata sulla luna, io dovevo andare a far benzina dal mio vecchiettino.

E così fu, fa niente se per fare gasolio ogni volta dovevo smerciare un organo al mercato nero tanto era caro, costi quel che costi, io rifornimento dovevo andare a farlo lì.

Fino AL GIORNO.
– BUONGIORNO 😁 Mi fa 50 euro per favore? 😁
– Sì, certo
– Pago con il BANCOMAT, grazie 😊
– Casso però che cojoni! La banca me fa pagar la comusiù osti! Te pode mia anà a ciapà i solc prima de venier chè, casso? [che tradotto dal bresciano è: ca**o che cog****i! La banca mi fa pagare la commissione! Non puoi andare a prendere i soldi prima di venire qui, ca**o?]
Io occhi a palla. Vena chiusa. Cambio sguardo.
Quel che gli ho risposto non si può ripetere in pubblico, ma l’immagine sotto riporta fedelmente la mia reazione. O quella che avrei voluto fosse stata.
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Perché quando si è innamorati e ci si sente traditi, passare da Candy Candy a Carrie lo sguardo di Satana è davvero un attimo. Almeno per me. E per voi?

Io negli anni ’90 ci tornerei domani

Io negli anni ’90 ci tornerei domani.
Sarà per nostalgia, sarà per avere 15 anni in meno, ma ci tornerei domani.
Sarà perchè vorrei accendere la radio e sentire Jovanotti o Frankie Hi-nrg e non quell’insulto alla musica di Fedez.
Sarà perchè vorrei girare canale e guardare Willy il Principe di Bel Air e non Violetta.
Sarà perchè mi manca chiamare a casa un’amica e, se stava facendo i compiti, col cazzo che me la passavano.
Sarà che mi manca darsi un appuntamento e aspettare il solito ritardatario senza possibilità di ritracciarlo. Dovevi aspettare #mannaggialaputtana, punto.
Sarà perchè non vorrei più leggere i tweet di Renzi e degli altri politicanti o i post di Salvini e, peggio ancora, i commenti dei suoi seguaci bifolchi.
c_V2PItw_400x400Forse perché avrei voglia di chiedere ad un amico che fine ha fatto davanti ad un caffè, invece di vedere la sua vita minuto per minuto sul Facebook.
Ecco, mi manca l’emozione del rivedersi dopo tanto, mi manca il mistero, l’avere ancora qualcosa da chiedersi, da raccontarsi. Che di alcuni oggi si vede veramente tutto: ogni aperitivo, ogni cena, ogni cosa che hanno mangiato e perfino se quando l’hanno cacata era molle o cotogna, ogni outfit, ogni cambio costume, ogni espressione di figli e cani, ogni attività sportivo/ricreativa/ludico-motoria che stanno facendo, ogni posto in cui si trovano che, veramente, se qualcuno volesse rapirvi sarebbe un gioco da ragazzi.
 Tutti sempre al top, tutti allegri, sorridenti e spiritosissimi, tutti #invidiati da chi non si sa, tutti #folli nonostante siano più scontati di un cappotto di Zara nel mese di agosto, tutti a fare qualcosa di eccezionale #bellavita #cocaemignottetuttalanotte al solito bar del solito buco di culo di paese e con il naso appiccicato allo schermo del telefonino.
E va benissimo così, insomma è l’evoluzione (o involuzione?) dei tempi direte, le modalità di interagire e comunicare con gli altri sono cambiate e comunque ognuno è libero di fare ciò che vuole, certamente.
Ma io oggi vorrei solo tornare agli anni ’90, quando per “scaricare” una canzone che ti piaceva dovevi aspettare ore davanti la radio pronta a schiacciare rec, quando se volevi fare una dedica a qualcuno la scrivevi sulla smemo, quando si era capaci di dirsi le cose in faccia anche se voleva dire scostare un attimo la maschera per lasciarti sbirciare e questo faceva paura.
Dove chi aveva 14 anni ne dimostrava 14 e non 25 come oggi, dove ci vestivamo a cazzo e avevamo capelli da dimenticare, ma ce ne sbattevamo i coglioni perchè in fondo fare schifo era un gesto rivoluzionario. Dove non esistevano ciglia finte, unghie finte, capelli finti che se ti togli tutta l’impalcatura devi rifare il passaporto.
Quando si era solo noi, insomma. #offline

La perla bianca

perla

[Io]

La pupetta del mio cuore mi ha portato un’ostrica dal mare.
Dentro l’ostrica troverai una perla colorata, diceva, e sarà del colore che vorrà il destino.

Un dono per ciascun colore: bianca – saggezza, crema – successo, rosa – salute, viola – ricchezza, nera – amore.
Prima di aprirla ovviamente partirono le scommesse.
“Nera, nera!” strepitava lei con la semplicità tipica dei bambini.
“Speriamo sia viola..” sussurravano voci più mature e meno disincantate.

Ma io la desideravo Bianca. Perché solo chi ha la Saggezza di accettare di far a meno del successo, della salute, della ricchezza, dell’amore perfino e non per questo esser meno lieto, avrà la capacità di godere appieno ciascun dono che la vita invece vorrà offrirgli.

Apro la conchiglia, scarto il mollusco ed eccola: una meravigliosa Perla BIANCA.

“Grazie amore! Era proprio quella che volevo!”, ero così felice mentre la inserivo nella sua gabbietta e la appendevo subito al collo. ❤
“Ora vieni dai, andiamo a strafogarci di caramelle!”
Primi sintomi di una PROFONDISSIMA SAGGEZZA. 

A te

kohn

[Dipinto di Andre Kohn]

Ecco, tu sei magnificamente semplice.
Al contrario di me che sono un casino.
Al di là di me che rendo tutto complicato.
Tu mi fai ritrovare sempre la strada di casa, anche quando mi perdo nei meandri più bui e spaventosi della mia mente.
Dove io non vedo niente, ma sento la tua mano tenere stretta la mia.

Tua Marina

La solitudine dei numeri primi

numeri primi

[Immagine dal web]

Sapete cosa sono i numeri primi? Sono quei numeri che ammettono come divisori solo uno o se stessi.

Ora, immaginiamo di essere tutti dei numeri.

Succede, alle volte, che un numero primo si innamori di un numero ordinario che non riesce a coglierne l’unicità. La gentilezza nei gesti, la dolcezza nello sguardo, la generosità d’animo, l’onestà d’intelletto, la lealtà, il saper avere cura.

Quando questo accade, il numero primo diventa triste perché si sente trasparente, soffocato dal “tutto è dovuto” e da un amore mediocre.

A volte, invece, capita che un numero comune riconosca l’eccezionalità del numero primo che gli sta accanto e questa rarità lo turbi a tal punto da doverla annientare, azzerare, livellare al suo banale essere per non dover continuamente dimostrare di essere all’altezza.

Quando questo accade, il numero primo diventa qualcosa da screditare e far sentire inutile: la sua sensibilità viene chiamata debolezza, la sua onestà si trasforma in stupidità e la gentilezza in sottomissione.

In entrambi i casi, pare che essere un numero primo sia proprio una condanna!

Però chiediti, tu vorresti mai cambiarti per essere un numero comune come tutti gli altri?

Allora forse la fortuna sta in questo: incontrare un numero primo come te.

E pensa a quale magia quando due numeri primi si incontrano: divisibili con nessuno, se non con loro stessi.

Ora ho capito, mamma

Una sera di qualche tempo fa, tornai a casa particolarmente stanca.
Una giornata faticosa in ufficio, poi spesa, riordina casa, finisci quel lavoro per la scadenza di domani, prepara la cena.
Ricordo che, sistemata la cucina, pensai: “la mia giornata non finisce mai”.
Era una frase che dicevi sempre tu, mamma: un lavoro, una casa, un marito, due figli e un cane.
Una dedizione infinita.
In quel momento sorrisi e tornai ai miei vent’anni, quando mi credevo ai tuoi antipodi, spesso in conflitto, a volte sprezzante.
Quando non capivo che invece tu saresti stata il mio specchio. Perchè l’amore per la famiglia e per la casa, la passione per la cucina, il prendersi cura del proprio compagno e dei figli, essere indipendente, lavorare sodo, essere stanchi ma pieni di gioia, fare pace e non portare mai rancore, essere ospitali, il saper donare sè stessi senza aspettarsi nulla in cambio, sono cose che mi hai insegnato tu, mamma. Ora ho capito. Grazie.

AUGURI MAMMA!

Quel prepotente desiderio di conoscere

mark_s[Street Art – Mark Samsonovich – Water the Flowers]

Poi ti dicono che sei come una spugna.
Tu credi che ti abbiano vista in una delle tue serate più balorde, invece no.
Vuoi fare tesoro di ogni persona che incontri nella tua vita, ti spiegano.
Come se certe corde del tuo cuore avessero un prepotente desiderio di conoscere, che non è smania di sapere, incalzano. Già.
E come potreste altrimenti pensare di diventare ricchi senza cercare tesori nascosti, rispondo.

Quando un estraneo ti guarda come se ti conoscesse.

Domenica la piccoletta del mio cuore ha fatto la prima comunione.
Assodata l’emozione, la mia riflessa alla sua, per un giorno tanto importante, ero in ansia da giorni perché, dopo anni, avrei dovuto assistere alla messa. Io, che nonostante il mio noto e profondissimo amore per Gesù, sono l’anticlericale per eccellenza. Io, che non accetto la predica nemmeno da chi mi ha partorita. Io, che l’ultima parola rivolta ad un prete è stata un secco “si vergogni” in una stanza di ospedale.

Ad ogni modo, mai e poi mai avrei rinunciato a condividere questa gioia con la mia pulcina, perciò, dopo un lungo training autogeno, domenica entro in chiesa: adoro le chiese, quell’atmosfera solenne e mistica, raccolta. Mi ci perdo dentro ore, quando sono vuote.
Ahimè, domenica era, per ovvie ragioni, peggio di un mercato rionale.

Mi avvicino ad un banco verso fine navata, vedo una signora seduta sola e le chiedo gentilmente se erano liberi quei posti. In un banco ci stanno mediamente cinque persone. Lei, ben stretta nel suo chanellino color rosa confetto, mi guarda e stizzita risponde che sta tenendo posto a due persone. Due persone con te fanno tre, quindi?? Ricomincio il training autogeno – Marina calmati, sei pur sempre ospite in casa altrui – e le chiedo cortesemente se almeno poteva fare un po’ di spazio per fare sedere mia madre. Accordato. Poi recupero una sedia per mio padre ed io mi metto sul lato della chiesa, in piedi.

Mi guardo attorno: uno scintillio di gioielli e messe in piega che nemmeno la notte degli Oscar, donne vestite che sembravano aver fatto il dritto dall’Art, due uomini discutevano dei neg*i che [bestemmia] perché non tornano a casa loro e, dulcis in fundo, una tizia accanto a me che si lamentava del mendicante troppo insistente fuori dalla chiesa.
Il tutto in spirito pienamente cattolico e drammaticamente poco cristiano.
Ero già sull’orlo di una crisi di nervi, decido quindi di entrare in totale stato di catalessi, quando il sacerdote chiama a raccolta alcuni bambini – venite a chiedere perdono a Gesù – dice.

Così un gruppetto di piccoli nanetti vestiti di bianco e con in mano i loro scabrosissimi peccati da espiare si avvicinano al microfono sull’altare e iniziano a leggere: “Gesù, perdonami perché litigo sempre con mio fratello”, “Gesù, ti chiedo scusa perché rispondo male a mamma e papà”, “Gesù, perdonami perché non sono stato giudizioso a scuola”, “Gesù, perdonami perché non sempre ti ho riconosciuto nel viso degli altri”.

Improvvisamente mi risveglio dal torpore, dimentico dove sono e chi devo sopportare accanto. Inizio a pensare… Gesù nel viso degli altri… Gesù nel viso degli altri…

Vi è capitato mai di notare che una persona sconosciuta vi guardi come se vi conoscesse?

Io alcuni episodi me li ricordo: una volta un uomo all’uscita dell’università, un’altra un senza tetto sotto i portici di Bologna, poi una bambina in stazione a Milano o una donna al porto di Genova e ancora un signore anziano al supermercato. E poco importa se ad uno avevo offerto un panino, all’altro portato la spesa o aiutata ad attraversare la strada o a ritrovare i suoi genitori o semplicemente fatto compagnia o offerto un caffè, quel che accomuna questi ed altri episodi, quel che mi è rimasto impresso, è lo sguardo di queste persone, la sensazione che mi conoscessero.

Poi mi è venuto in mente di qualche tempo fa, nel tratto che percorro a piedi per andare a pranzo, da qualche giorno incontravo una vecchietta seduta fuori dai poliambulatori: una donna piuttosto robusta, capelli grigi avvolti in un fazzoletto, l’espressione triste e i vestiti consumati. Effettivamente mi sembrava quantomeno bizzarro, dall’ingresso dei poliambulatori vai e vieni, non ti ci fermi. Ma io in pausa pranzo sono sempre di corsa, non ci badavo più di tanto.

Un giorno le passo accanto, incrocio il suo sguardo e mi afferra per un braccio. Io ho fatto il gesto di cercare in tasca qualche moneta, non so perché, non mi aveva chiesto niente e infatti lei mi guarda negli occhi e scuote la testa – no, no soldi – mi dice – tu sei una ragazza fortunata – inizia.
Ma io avevo fretta, le ho sorriso e mi sono svincolata, sono andata via.
Il giorno dopo lei non c’era più, non l’ho più rivista e, a dire il vero, non mi è più venuto in mente.
Fino a domenica, quando ho ripensato a quello sguardo, lo sguardo di chi mi conosceva, e ho iniziato a piangere come una stupida, Gesù – mi dicevo – perdonami perché non ti ho riconosciuto in quel viso.

La tizia che si lamentava del mendicante mi guarda “tutto bene signora?” “sì, mi sono commossa” “pfff, al segno della pace?” commenta con la sua amica “Sì, brutta stronza e se non ti levi dal cazzo ti do una testata.” Questo però non gliel’ho detto.

I cosiddetti “uomini di una volta” si sono definitivamente estinti?

Ma che forse sia col­pa nostra? Forse abb­iamo lottato talmente tanto per indossare questi benedetti pantaloni che agli uo­mini sono rimaste so­lo gonne nell’armadi­o? O forse gli uomini sono talmente inti­moriti dalle self-ma­de woman (vere e pre­sunte) che – come si dice – se non riesci a convincerle, con­fondile?

Perché in effetti io un po’ confusa lo sono. Quando vedo un uomo con sopracciglia più definite delle mie, la pelle talme­nte liscia che se lo accarezzi ti sguscia come una trota lac­ustre e mai un capel­lo fuori posto, nemm­eno nelle serate peg­giori, nemmeno alle prime luci dell’alba quando io sembro Ma­ga Magò e loro sembrano appena usciti dal barbiere, un po’ confusa lo sono.

L’apoteosi della con­fusione arriva poi quando, con il ghigno alla Jocker, ti sof­fermi sull’ultimo se­lfie di lui sdraiato sul divano a labbra turgide o con la li­nguetta da bello e monello o lo sguardo da chiavatore seriale e, subito dopo ess­erti chiesta chi sia la sua estetista, la domanda che resta se­mpre senza risposta è: “dove abbiamo sba­gliato?”.

Questo ci siamo chie­ste qualche sera fa con alcune amiche. Dove sono finiti gli uomini di una volta? Quelli che ti fanno un complimento senza subito dopo lament­arsi del pessimo lav­oro che ha fatto la manicurista alle loro cuticole, quelli che il giorno dopo non ti scrivono parlan­do del brutto tempo manco foste loro non­na, quelli che ti fa­nno ridere senza dar­ti la sensazione di assistere ad un prov­ino di Zelig. Gli uo­mini galanti per nie­nte mielosi, eleganti nei modi, un po’ ombrosi e non perché hanno le paturnie pr­emestruo, ma perché si perdono a pensare a cosa ti farebbero dopo cena. Quelli che ti accarezzano il viso ammirando i tu­oi occhi e non il lo­ro bicipite gonfio. Gli uomini minchia e botte, quelli che il giorno dopo ti las­ciano in sospeso per­ché sanno che l’atte­sa è il migliore dei preliminari. Gli uo­mini che non ti chie­dono cosa vuoi fare, ma ti fanno fare le cose, quelli che ti sorprendono, quelli che ti sorridono, ti guardano mentre ti sistemi i capelli dietro l’orecchio, ar­rossisci e ti sorrid­ono. Quelli che sì sei forte, indipenden­te, una donna che non deve chiedere mai, ma qui sei al sicur­o.

Non pervenuti. Estin­ti.

E quindi, dove abbia­mo sbagliato? Perché qualcosa, noi donne, dobbiamo pur aver sbagliato se questa orda di devirilizzati senza cuticole aum­enta in maniera espo­nenziale.

Forse abbiamo reso talmente atrofici gli attributi del cosiddetto sesso forte da aver sovve­rtito l’ordine natur­ale delle cose? Forse il nostro continuo lamentarsi del gene­re maschile alla fine li ha portati a pe­nsare che più ci ass­omiglieranno e meno li massacreremo? For­se siamo diventate più uomini degli uomini, noi don­ne?

Decidemmo quella sera di fare una statistica, uno studio sociologico. 

Le risposte ai nostri quesiti annegavano nel mare di risvolt­ini impeccabili e co­lletti inamidati, co­nti pagati alla roma­na, approcci goffamente spinti, battutte ed euforia a livelli demenziali, dispute sull’ultima scheda del coach, atteggiamenti alla Vacchi de ‘noantri e  frasi ad effetto del tipo “la mia mamma dice che…”

Fino all’eccezione alla regola: un tipo in jeans che non lasciano presagire una notevole perdita di acqua in casa e una camicia minimal, si avvicina senza troppe pretese “il tuo sorriso è la cosa più spontanea che io abbia visto stasera. Posso offrirti da bere?”

Ho pensato allora che forse la speranza non si è ancora suicidata.